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Palmira, la sposa del deserto

Blog - Palmira Sposa Deserto

La storica città di Palmira, famosa un tempo per la leggendaria regina Zenobia, oggi è nota ai più per essere un importantissimo sito archeologico, Patrimonio dell’Umanità e simbolo di un antico incrocio di culture. È da poco caduta nelle mani dell’ISIS e rischia purtroppo di poter essere ammirata solo in foto. Oggi visitarla è impossibile, a causa della guerra in corso in Siria e della sua conquista da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Ma a chi vi giungesse, apparirebbe come un miraggio, tra le sabbie del deserto, una distesa di splendide rovine vicino alla moderna città di Tadmor.

La sua importanza e il legame con l’arido territorio in cui sorge, come un’oasi, le sono valsi il soprannome storico di “Sposa del deserto”. In antichità la sua posizione era di importanza strategica per i commercianti in viaggio da Roma e altre importanti città dell’Occidente, Mesopotamia, Persia, India e Cina.

La sua storia è famosa soprattutto per la sua regina, Zenobia: bella, dotta e spregiudicata, per molti aspetti simile a Cleopatra, che conquistò l’Egitto e osò sfidare Roma. Sotto il suo regno Palmira divenne un luogo di tolleranza, in cui religioni molto diverse tra loro convivevano in pace; un luogo di cultura, dove le arti venivano esercitate liberamente e ai massimi livelli; e un luogo di commerci, dove benessere e ricchezza erano a portata di molti.

Zenobia divenne regina nel 267, alla morte di suo marito Settimio Odenato, come reggente del figlio Vaballato. Alcuni dicevano che fosse figlia di un commerciante, ma diversi storici moderni sostengono che suo padre fosse Iulius Aurelius Zenobios, un personaggio politico cui i palmireni dedicarono una statua intorno al 240-242, gli anni in cui è probabile sia nata la futura regina. Per gli antichi Bet-Zabbai, nome in aramaico di Zenobia, era una leggenda, donna straordinariamente avvenente, casta, carismatica e generosa. Possedeva inoltre quelle doti virili richieste a una regina: partecipava infatti alle battaglie, a cavallo o sul carro da guerra, e la sua prestanza le permetteva di percorrere a piedi anche tre o quattro miglia. Era inoltre appassionata di caccia e di vino, al punto da riuscire a mantenersi sobria anche quando gli altri avevano ormai ceduto all’ebbrezza. Zenobia era colta, dotata in campo politico e poliglotta: conosceva, oltre all’aramaico, la sua lingua madre, anche l’egiziano, il greco e un po’ di latino. Era amata dai suoi sudditi, manteneva una corte fastosa, frequentata da intellettuali e filosofi e favoriva l’integrazione e la convivenza di culture e religioni diverse. Possedeva quel misto di femminilità e androginia capace di conquistare uomini e terre. Prima la Siria, poi l’Egitto e l’Asia Minore. Così il suo fascino di amazzone colpì Roma e si fissò nelle pagine degli storici che concordano, a parte qualche eccezione, nel celebrare la donna bellissima e austera, coraggiosa e determinata, emblema di un Oriente di sabbia ricco, colto e raffinato. Ma non ne descrivono l’aspetto: Zenobia è bellezza senza volto. Fino a che l’imperatore Aureliano decise di affrontarla, colpirla al cuore stesso del suo potere. Antiochia, Emesa, Palmira caddero una dopo l’altra. E la regina, prigioniera, fu portata a Roma per il trionfo, bellissima anche in catene, catene d’oro.

Palmira all’epoca era un importante centro carovaniero sul fiume Eufrate, nel deserto siriano. Sorgeva in una vasta e lussureggiante oasi ed era quindi un punto di incontro di mondi diversi: quelli dei mercanti d’Oriente e d’Occidente.  Nel 19 d.C. fu annessa alla provincia romana della Siria, ma riuscì a mantenere, grazie alla sua ricchezza, una certa autonomia politica, tanto da essere dichiarata, un secolo più tardi, “città libera“. L’influenza romana le regalò alcuni dei suoi più importanti monumenti, come l’anfiteatro romano, eretto nella seconda metà del II secolo d.C.  Purtroppo le vicessitudini della storia, la ribellione all’Impero Romano e i vari conflitti portarono prima all’abbandono di questa città e poi al suo lento declino.

Andò così progressivamente in declino finché nel 1678 qualcuno cominciò a interessarsi di nuovo a lei. Alcuni mercanti inglesi, infatti, decisero di tentare di scoprire la collocazione delle splendide rovine nel deserto descritte da diversi racconti arabi. La prima spedizione fallì, ma la seconda, nel 1691, fu un successo, anche se ci vollero altri sessant’anni perché una comitiva di disegnatori, guidata da due inglesi, visitasse le rovine. Nel 1753, venne pubblicato un blocchetto di schizzi, Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, che attirò l’attenzione degli studiosi. E, verso la fine del XIX secolo, il sito cominciò a essere studiato in modo scientifico: prima vennero copiate e decifrate le iscrizioni, poi cominciarono gli scavi archeologici, oggi interrotti dal conflitto.

Questa straordinaria città siriana, è uno dei più importanti siti archeologici al mondo dove si intrecciano millenni di arte e di storia, contaminazioni culturali assire, bizantine e greco romane che hanno reso il suo stile unico e inconfondibile. Vogliamo ricordarla in queste poche righe per consentire, a chi non ha avuto la fortuna di poterla ammirare dal vivo, di conoscerla e a coloro che invece la fortuna l’hanno avuta, di far riaffiorare i ricordi, immagini uniche e indimenticabili, con la speranza da parte di tutti noi che presto si possa tornare a visitare la splendida Sposa del Deserto.